I Padri Rosminiani

Nel 1976 S. E. Mons. G. Agostino, ha affidato la Parrocchia alla cura pastorale della Congregazione religiosa Istituto della Carità comunemente chiamata: “Padri Rosminiani” dal fondatore Antonio Rosmini. Sono stati parroci i Padri: don Mario Natale, don Riccardo Alfieri

La vita di Antonio Rosmini

(fonte www.rosmini.it)

Foto: Antonio Rosmini

Antonio Rosmini nasce a Rovereto (Trento) il 24 marzo 1797, secondogenito di Pier Modesto, patrizio del Sacro Romano Impero, e di Giovanna dei Conti Formenti di Biacesa del Garda. Fu Battezzato nella Chiesa Parrocchiale di San Marco in Rovereto il 25 marzo 1797. Sempre nella medesima parrocchia si accostò alla santa Comunione e ricevette la santa Cresima. La famiglia era dotata di cospicuo censo economico, consolidatosi con l’industria e il commercio della seta; in casa vi era ambiente sereno e di profonda pietà cristiana.

Il giovane Antonio, educato negli studi elementari in casa, frequenta la scuola pubblica per il ginnasio (o scuola di latinità), e per il liceo. Dimostra subito grande intelligenza e vastissimi interessi culturali. Sul suo orientamento spirituale negli anni dell’adolescenza fa luce una sua annotazione dell’anno 1813 “Quest’anno fu per me anno di grazia, Iddio mi aperse gli occhi su molte cose e conobbi che non vi era altra sapienza che in Dio”. Sente, cioè, che Dio deve venire prima di tutto. Il resto della sua vita è dominato da questo sentimento.

Foto: Antonio Rosmini

Sui 17-18 anni si palesa in lui la vocazione sacerdotale; terrà sempre ferma questa sua decisione anche contro il parere dei genitori, che lo vorrebbero invece continuatore dell’illustre casato. Rosmini viene poi ordinato sacerdote nel 1821. Seguono alcuni anni di raccoglimento, di ritiro, di meditazione e di studio nella casa paterna a Rovereto, in attesa di conoscere con chiarezza quello che Dio vuole da lui per l’impostazione pratica della vita. Attende che sia Dio a “chiamarlo”: non vuole scegliere da sé: è il così detto “principio di passività”, che significa “essere sempre e tutto a disposizione di Dio”. Intanto si dedica intensamente allo studio; Iddio lo chiama poi, attraverso segni ben precisi, alla fondazione di un Istituto religioso, il cui disegno egli coltiva per anni nella mente e nel cuore. Fonda così, nel 1828, l’Istituto della Carità, che ha per fine la salvezza e la perfezione delle anime dei suoi membri, e, se il Signore chiama, la professione della carità in tutte le sue forme, spirituale, intellettuale, corporale.

Nel 1829 il papa Pio VIII, pure approvando il disegno dell’Istituto, dice espressamente a Rosmini che la volontà di Dio per lui era quella di “scrivere libri”… “per prendere gli uomini con la ragione e per mezzo di questa condurli alla religione”. Attraverso le parole del Papa Rosmini si fa in tal modo certo che la sua opera di pensatore e di scrittore è voluta da Dio. Il seguito della sua vita si svolgerà appunto in questa duplice direzione: il governo dell’Istituto religioso da lui fondato (al quale, qualche anno dopo si aggiungerà la congregazione delle Suore della Provvidenza) e l’opera di pensatore e di scrittore per il rinnovamento della filosofia e teologia cristiana.

L’Istituto si svilupperà prima in Italia (soprattutto nell’ambito culturale, dell’educazione alla gioventù, scuole e collegi), ma in pochi anni a Rosmini verrà anche chiesto di inviare religiosi, sacerdoti dell’Istituto della Carità, per le “missioni al popolo” in Inghilterra e Irlanda. Rosmini segue personalmente ogni fondazione; ha somma cura, prima di tutto, di “formare teologicamente e asceticamente i suoi religiosi”, per formarli al vero spirito dell’Istituto. È indefesso in quest’opera, con le lettere e i contatti personali. La “direzione spirituale” delle anime sarà del resto sempre una sua cura prioritaria, come lo attesta il suo vastissimo Epistolario. Nella sua opera di pensatore e di scrittore, che veniva man mano compiendosi con la pubblicazione di diverse opere che investivano tutti i campi del sapere, filosofico, teologico, ascetico, pedagogico, giuridico e politico, ad un certo momento trova grave opposizione da parte di un ristretto gruppo di avversari, i quali semplicemente “accusano” le sue dottrine, filosofiche e teologiche, come devianti dall’ortodossia. Insorgono fervidissimi difensori e, a por fine alla polemica, interviene Gregorio XVI con un decreto di “silenzio” ad ambe le parti, che solo Rosmini diligentemente rispettò.

Le accuse contro le sue dottrine si rinnovano poi nel 1848-49, quando Rosmini è a Roma (e a Gaeta) accanto al papa Pio IX che lo vuole cardinale e segretario di Stato. Soprattutto l’Austria non voleva che il Papa desse credito a Rosmini: di qui la campagna di denigrazione contro di lui. Nel 1849 vengono messe all’Indice due operette: “Delle cinque piaghe della Santa Chiesa” e “La costituzione secondo la giustizia sociale”; intanto si addensano gravissime ombre sopra tutte le sue dottrine. Apparente fallimento umano di Rosmini? Egli invece vede, anche in questi gravi avvenimenti così contrari a lui, un amorosissimo disegno della Provvidenza. Scrivendo ad un sacerdote amico, dice: “Io, meditando la Provvidenza, l’ammiro; ammirandola, l’amo; amandola, la celebro; celebrandola, la ringrazio; ringraziandola, m’empio di letizia. E come farei altrimenti se so per ragione e per fede, e lo sento coll’intimo spirito che tutto ciò che si fa, o voluto o permesso da Dio, è fatto da un eterno, da un infinito, da un essenziale Amore?”.

Si ritira a Stresa, dove aveva il noviziato del suo Istituto; continua lo studio e la sua opera di scrittore di opere filosofiche, teologiche e giuridiche; circondato dall’affetto e dalla stima di tante persone che si stringevano a lui per averne guida e aiuto spirituale: tra i tanti ne ricordiamo solo uno, Alessandro Manzoni. Intanto, a Roma, dal 1851 si inizia presso la Congregazione dell’Indice l’esame di tutte le sue opere: esame che si conclude col decreto di “dimissione”, cioè di “assoluzione” delle accuse che si facevano alle sue dottrine. Il suo spirito era in regioni ben più alte quando giunse il decreto Dimittantur, del 1854; ne ringraziò il Signore, ma staccato ormai dalle cose terrene. L’aggravarsi del mal di fegato, di cui aveva sofferto tutta la vita, lo portò man mano al passo estremo. Spirò il 1 luglio 1855. Sul letto di morte, aveva lasciato all’amico Alessandro Manzoni, il testamento spirituale: Adorare, Tacere, Godere.

//]]>